Un “garofolo” fogazzariano-goldoniano

Recensione El garofolo rosso

Montegalda – Un “garofolo” fogazzariano-goldoniano

La brezza che precede l’ormai prossimo centenario della morte di Antonio Fogazzaro, scomparso il 7 marzo 1911, porta a riscoprire temi della sua poetica e ideali dell’uomo e dello scrittore, con proposte nei luoghi cantati dal celebre romanziere.
Sabato sera è stato il turno di Montegalda, eletto a luogo fogazzariano per la presenza di Villa Fogazzaro scelta quale dimora, nel “Piccolo mondo moderno”, di don Giuseppe Flores, pacato e mite sacerdote a cui si rivolge un Piero Maironi in crisi, tra la passione per la magnetica Jeanne Dessalle, e gli scrupoli religiosi e morali di un uomo già sposato. Lì, per iniziativa di Comune e associazione “Spritz letterario”, nel porticato di Villa Gualdo, è stato rappresentato “El garofolo rosso”, il primo dei tre lavori teatrali del Fogazzaro (il secondo sarà “Il ritratto mascherato”, l‘ultimo, mai rappresentato, “Nadejde”). A cimentarsi nella non facile impresa di far rifiorire un dramma in dialetto veneto già criticato al suo debutto al “Manzoni” di Milano, il 9 febbraio 1902, e, in seguito, raramente riproposto, il gruppo teatrale “La Trappola” di Vicenza. Ben 4 mesi di prove, per dare forma e sostanza ad un atto unico steso dallo scrittore in nemmeno 15 giorni, soprattutto su molteplici sollecitazioni dell’amico Giacosa. Ma, come coniugare il grottesco e la tragicità della situazione rappresentata con la necessità di far comunque almeno sorridere il pubblico? La compagnia vicentina, nell’adattamento curato dal regista Alberto Bozzo, ha scelto la via di inserire nel dramma originario, impostato dal Fogazzaro tra il grottesco e il tragico con temi che precorrevano il teatro pirandelliano, alcune battute e aspetti scenici propri della tradizione goldoniana. Sotto il primo aspetto, la recita è stata anastatica: riproposto l’ospizio che accoglie la contessa Marieta (un’ispirata e grintosa Lidia Munaro), cieca, assistita dalla fedele serva Tonina (Silvia Ronco); rispettato il suo carattere forte e astioso, nelle espressioni di odio per l’ex marito Checo Busolo (Alberto Bozzo), che l’ha tradita, umiliata, depredata anche nei sentimenti; ricreata la situazione che precipita quando lo stesso Busòlo tenta pure lui di entrare tra i graziati dell’ospizio, per portar via anche l’ultima pecunia dell’ex moglie, una prospettiva che l’uccide, provocando il rocambolesco finale, col garofolo rosso, simbolo dei molteplici tradimenti coniugali, deposto da Busòlo sulla salma di Marieta, e l’andirivieni degli altri ospiti dell’ospizio, più attenti a cogliere l’opportunità di abitare la camera lasciata libera che di onorare la defunta. Sotto il secondo aspetto, ecco, nella reinterpretazione, le aggiunte “goldoniane”: il bastone della contessa che nei momenti di trambusto “rotea” pericolosamente per la stanza; alcune “cadute” in scena, atte a scatenare il riso; il “requiem” recitato con le litanie, nei modi della parlata veneta popolare, non esente da battute sui bisogni fisiologici del conte Anselmo… Nuovo anche il finale, con l’aggiunta della scoperta, nel sécretaire della povera Marieta, aperto dal fedifrago marito, di un garofolo rosso rinsecchito: lo stesso da lui donatele in pegno di un amore già calpestato (fiore che aveva in precedenza donato a due amanti), ma che lei aveva conservato, dato che quell’uomo l’aveva amato davvero. Aggiunte che probabilmente avrebbero accontentato lo stesso Fogazzaro. Certamente il tutto è stato gradito dal pubblico presente, che ha tributato scroscianti applausi alla compagnia vicentina, in procinto, ora, di proporre “El garofolo” in altre occasioni del “centenario”.
 Giovanni Matteo Filosofo